Cronaca

Omicidio di Serena Mollicone, rinviata l’udienza preliminare

ARCE/ITRI – Soltanto l’appuntato dei Carabinieri originario di Itri Francesco Suprano, indagato con l’ipotesi accusatoria di favoreggiamento, ha deciso di sfidare taccuini e telecamere nella falsa partenza dell’udienza preliminare che si è celebrata davanti il Gup del Tribunale di Cassino, Domenico Di Croce, per l’omicidio di Serena Mollicone, la 18enne uccisa nel 2001 ad Arce, il cui corpo venne trovato il 3 giugno in un bosco ad Anitrella. A far rinviare l’udienza è stato un difetto di notifica alla vedova di Santino Tuzi, il brigadiere dei Carabinieri che sarebbe stato istigato al suicidio l’11 aprile 2008 dopo aver reso un interrogatorio in Procura inchiodando alcuni colleghi sulla morte all’interno della Caserma dei Carabinieri della povera Serena.

In udienza si sono costituiti parte civile contro gli indagati l’Arma dei carabinieri, la figlia del brigadiere Santino Tuzi, Maria, il padre e la sorella di Serena Mollicone e altri familiari della 18enne. Il 15 gennaio prossimo il gup Domenico Di Croce dovrà decidere, accogliendo o meno la richiesta della Procura di Cassino, se rinviare a giudizio il maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Anna Maria, il figlio Marco e il maresciallo Vincenzo Quatrale, che sono accusati di concorso nell’omicidio. Quatrale, inoltre, è accusato di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi mentre l’appuntatoo Francesco Suprano è accusato di favoreggiamento. “Serena è qui e vuole giustizia. Serena ha sacrificato la vita, ma ora vuole giustizia. Chi le ha fatto del male adesso deve pagare”, sono state queste le pesantissime dichiarazioni rese da Guglielmo Mollicone questa mattina entrando in Tribunale a Cassino nel primo giorno del processo.

“Mi chiedo come facciano a non vergognarsi a non sprofondare. Sono un po’ provato anche se sono tranquillo finalmente stiamo arrivando alla meta che ci eravamo prefissi da tempo – ha proseguito il papà di Serena – Finalmente abbiamo occasione di dare giustizia a Serena”. “Santino Tuzi non aveva astio verso di loro e ha pagato con la vita l’aver detto le verità che conosceva – ha concluso, ricostruendo i passaggi fondamentali dell’inchiesta – come si fa a dire che non c’entrano? Serena è entrata lì, c’è il suo nome cancellato sul registro, ci sono verbali che dicono che è andata su. Mi chiedo come hanno fatto quelli che erano presenti a stare seduti lì sentendo una ragazza che veniva presa a calci e a pugni e veniva torturata senza intervenire”. “Cercherò di essere presente a tutte le udienze perché è arrivato il momento che aspettavo da tanti anni. Eravamo pronti a iniziare oggi e lo saremo anche il 15 gennaio. Certo, è un’attesa un po’ straziante – ha commentato Maria Tuzi, figlia del brigadiere suicida, costituitasi parte civile insieme all’Arma dei carabinieri, al padre e ad altri familiari della 18enne – La bontà di mio padre è servita tanto perché con le dichiarazioni che ha fatto ha dato una svolta al caso – ha aggiunto – mi trovo qui a vedere le persone che non sono state al suo fianco. Sono orgogliosa di lui, io probabilmente avrei fatto la stessa cosa. Purtroppo non gli è stato dato modo di continuare a dire quello che poteva dire, ma quello che ha detto è stato abbastanza”. “Sono quasi sicura che per difendersi diranno di tutto e proveranno a far passare mio padre per un bugiardo – ha concluso la donna – ma chi conosce mio padre sa che non era un bugiardo e soprattutto non avrebbe accusato delle persone innocenti”.

Secondo le risultanze della pubblica accusa Serena si sarebbe recata nella caserma dei Carabinieri di Arce per denunciare un traffico di droga nel quale sarebbe stato implicato Marco Mottola e dalla quale non è mai uscita viva. In due occasioni, l’ultima pochi giorni prima di morire, Tuzi aveva dichiarato di aver visto Serena entrare nella caserma dei carabinieri di Arce il 1 giugno del 2001, il giorno della scomparsa. Il brigadiere si è ucciso sette anni più tardi con la pistola d’ordinanza. “Manca completamente qualunque legame tecnico scientifico dei componenti della famiglia Mottola con quella che la procura ritiene sia la scena del crimine e soprattutto sul cadavere della povera Serena non vi è alcuna traccia dei componenti della famiglia Mottola”. Lo aveva detto Francesco Germani, l’avvocato difensore della famiglia Mottola in una conferenza stampa a Cassino alla vigilia dell’udienza preliminare per l’omicidio di Serena Mollicone. “Se si vuole individuare come scena del crimine quell’appartamento che, non è tecnicamente affittato all’Arma dei carabinieri, sia pur posizionato all’interno della palazzina della caserma ma ancora nella disponibilità del proprietario, beh in quell’appartamento non c’è alcuna traccia della famiglia Mottola – ha ribadito – La famiglia Mottola è nel tritacarne mediatico, io ho toccato con mano la loro assoluta tranquillità, anche quando hanno preso le impronte papillari al figlio – ha aggiunto – Abbiamo la prova che ci sono le registrazioni delle dichiarazioni di Tuzi, abbiamo letto le trascrizioni ma sarebbe interessante sotto il profilo psicologico vedere in che maniera è stato condotto quell’interrogatorio, le pressioni che ci sono state – ha detto – Dalla lettura degli atti sembra che pressioni vi siano state”.

Durissime, poi, come un macigno sono state le dichiarazioni rilasciate nel corso della conferenza che si è svolta presso un albergo di Cassino dal criminologo di parte della famiglia Mottola, Carmelo Lavorino: “”Dimostreremo che Serena non è stata uccisa all’interno della caserma dei carabinieri e che quindi tutto è da rifare” e sulla compatibilità tra i frammenti di legno trovati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa di Serena Mollicone e la porta collocata in caserma contro cui sarebbe stata sbattuta, Lavorino ha precisato: “Io ho assistito a questi accertamenti tecnici, la compatibilità è un discorso, la certezza assoluta è un altro e la prova scientifica pretende la certezza assoluta. C’è una relativa compatibilità perché si parla sempre di tracce minuscole di legno o di compensato ma a livello chimico, a livello fisico, a livello logico non c’è alcuna certezza. In qualunque porta possono esserci questi tipi di compatibilità”. Insomma “l’arma del delitto non è la porta” della caserma dei carabinieri – ha concluso il professor Lavorino – “L’impianto accusatorio è molto imperfetto” così come “Le dichiarazioni del brigadiere Santino Tuzi per noi non sono affidabili e la prova della completa innocenza della famiglia Mottola – ha chiosato concludendo l’avvocato Francesco Germani – è scritta nelle carte processuali mentre l’informativa dei Carabinieri avuto il vizio di voler dimostrare soltanto l’intuizione iniziale”.

Saverio Forte

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