Un anno senza Oliviero Toscani ci ha insegnato che una fotografia può ancora fare rumore. Il docufilm “Chi mi ama mi segua”, in arrivo su Sky Arte, riapre quel rumore e lo trasforma in ascolto
C’è chi pensa che una foto serva a vendere. Per Toscani serviva a disturbare. A svegliare. Le sue non erano solo campagne. Erano domande, spesso scomode. E oggi, a un anno dalla sua scomparsa, tornano con una cartella di immagini che hanno cambiato il modo di guardare la pubblicità e la fotografia pubblica.

“Chi mi ama mi segua” è atteso su Sky Arte oggi 13 gennaio (secondo la programmazione comunicata). Non è un santino. Non è un processo. È un invito a rientrare in scena, dove lo scatto non copre ma scopre. L’idea è semplice: raccontare l’uomo oltre il personaggio. Arrivarci però non lo è. Perché Toscani, per oltre sei decenni, ha abitato il confine fra arte, impresa e provocazione civile. Lo ha fatto con la disciplina di chi studia e la ferocia di chi non fa sconti.
Il celebre bacio tra prete e suora del 1991. L’immagine del malato di AIDS David Kirby utilizzata nel 1992, che spaccò il pubblico a metà. La serie sui condannati a morte del 2000. Fino ai corpi esili della “No-Anorexia” del 2007. Ogni volta, lo stesso schema: prendere un tabù, dargli un volto, portarlo in strada sui cartelloni. E costringerci a scegliere se volgere lo sguardo altrove.
L’uomo dietro le immagini
Dietro quel rigore c’è una biografia che ha il passo del mestiere. Toscani nasce a Milano nel 1942. È figlio di Fedele Toscani, fotoreporter del Corriere della Sera. Studia a Zurigo alla Kunstgewerbeschule, dove la grammatica visiva si impara come una lingua. Poi Parigi, New York, Milano. Redazioni e set.
E arriva la lunga stagione con Benetton, quando le campagne globali trasformano il marchio in messaggio. Non solo shock: metodo, serialità, studio della luce, scelta dei volti. Ci sono anche scuole e laboratori, perché l’immagine è un bene pubblico prima che un mestiere.
Il docufilm, stando alle anticipazioni, punta proprio su questa doppia elica: la responsabilità civile e l’artigianato dello sguardo. Materiali d’archivio, set, confronti. Voci che lo hanno amato e voci che lo hanno contestato. Su un punto convergono: per lui l’immagine aveva conseguenze. E per questo non poteva essere innocua.
Perché riguarda anche noi
Guardare oggi Toscani non è un esercizio nostalgico. È un test per l’era degli algoritmi. Siamo circondati da immagini “ottimizzate” per non disturbare nessuno e piacere a tutti. Toscani faceva il contrario. Rifiutava l’anonimato del consenso. Chiedeva ai brand di assumersi il peso del mondo. È una posizione discutibile? Certo. Ma è una posizione. E rende trasparente la posta in gioco: un’immagine pubblica può fare bene, può ferire, può cambiare una conversazione.
Non tutti i dettagli sul film sono disponibili in modo completo al momento in cui scriviamo. Ma una cosa è chiara: il racconto prova a spostare l’attenzione dal mito alla postura. Come si prende una decisione davanti a un set? Quanta realtà si accetta, quanta si costruisce? Quanto coraggio serve per reggere le conseguenze?
Forse è qui che “Chi mi ama mi segua” diventa attuale. Ci chiede di scegliere che spettatori vogliamo essere. Consumatori di immagini pacificate o cittadini davanti a una foto che inquieta e fa pensare. Nel dubbio, c’è una domanda che torna, semplice e implacabile: la prossima volta che un’immagine ci urta, avremo il coraggio di restare a guardare un secondo in più?





