ArtCity, Giovanni Allevi incanta l’anfiteatro di Cassino

ArtCity, Giovanni Allevi incanta l’anfiteatro di Cassino

CASSINO – Dopo venti lunghi anni l’area archeologica dell’Anfiteatro di Cassino ha finalmente riaperto i battenti ai grandi eventi culturali e lo fa in grande stile, con l’entusiasmo e il carisma del pianista famoso nel mondo, Giovanni Allevi, e il suo “Piano solo tour – Summer 2019”. In una serata fresca, in un luogo tanto suggestivo dove si respirano storia e bellezza e con il tutto esaurito, il maestro Allevi si è esibito in un’ora e mezza di concerto, senza fronzoli, lui e il suo pianoforte a coda, con quel suo fare inconfondibile e un po’ strambo che tanto lo fa amare dal pubblico, per inaugurare il primo di una serie di eventi di ArtCity, il progetto realizzato dal Polo Museale del Lazio, l’istituto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali che gestisce quarantasei musei e luoghi della cultura di Roma e del Lazio.

Ieri sera, emozionatissimo, Allevi si è presentato sul palco con quello stile semplice e da ragazzino che lo contraddistingue, nonostante i suoi 50 anni compiuti ad Aprile. Scarpe All Star, jeans e maglietta nera, i suoi folti riccioli castani e un sorriso che intenerisce al primo sguardo, ha salutato il pubblico con un filo di voce, per poi sciogliersi nel corso della sua esibizione. Una serata in cui il maestro Allevi ha aperto il suo cuore, raccontando aneddoti divertenti e privati sulla genesi dei suoi brani, alcuni ormai ben noti, altri ancora da scoprire, regalando risate sincere e ironizzando su se stesso.

Con delicatezza, in punta di piedi, ha preso per mano ognuno dei presenti, in un viaggio tra meravigliose note musicali e nozioni di filosofia spiegate in maniera semplice (non a caso, dato che si è laureato con lode in Filosofia) che sono alla base di tutti i suoi lavori. Un viaggio che parte dall’Italia, per poi andare a New York, Budapest e Vienna, fino in Giappone. In ogni suo brano c’è qualcosa che lo riguarda fortemente da vicino e lo svela con umiltà, senza retorica. Così scopriamo che Panic è nata dai suoi frequenti stati di ansia che lo hanno portato ad avere dei veri e propri attacchi; che It doesn’t work è stata ispirata da un aneddoto divertente con l’aria condizionata avvenuto prima di un suo concerto a New York; che la bellissima Asian eyes deriva dalla sua profonda convinzione di aver arrecato un dolore a una donna giapponese in una sua vita precedente; che No more tears è nata dopo il brutto spavento per l’operazione che ha dovuto subire in Giappone e che gli ha procurato una riduzione del campo visivo; che L’orologio degli Dei non è altro che il battito cardiaco di ogni essere vivente. Sentimenti profondi, ma anche situazioni quotidiane. Allevi ieri sera ci ha spiegato che l’ispirazione può arrivare da qualsiasi cosa e, ovviamente, dalla sua amata filosofia citando, tra gli altri, Jung, Hegel, Heidegger, Platone.

E poi ancora Downtown, Back to life, Come with me, Vento d’Europa, Go with the flow, Born to fly, Come sei veramente (scelta dal regista Spike Lee per una famosa pubblicità), Il bacio, My family, Prendimi, per concludere con una riscrittura personalissima del Te Deum di Charpentier, modificata con contaminazioni ritmiche di rap e trap “per farlo simpaticamente rivoltare nella tomba”.

Diciassette i brani che Allevi ha suonato ieri sera, ognuno seguito dal suo inchino e la mano sul cuore per ringraziare un pubblico estasiato e attento, che ha chiesto il bis e gli ha regalato due standing ovation. Una serata di bella “musica classica contemporanea”, come lui stesso ama definirla da 20 anni di carriera, ma è stata soprattutto una serata di scoperta. Lo svelamento di un grande talento italiano, famoso e ammirato ovunque, nonostante i numerosi detrattori, che benché abbia maturato una lunga esperienza sui palchi di tutto il mondo, davanti alle persone ha ancora quel fare impacciato e timido che lascia trasparire un’umanità che riesce a raggiungere anche il cuore più barricato.

Come ha affermato ieri sera, “la nostra fragilità è la nostra forza” e così è senz’altro per lui che vulnerabile, quasi indifeso davanti al pubblico, si trasforma quando si siede al piano, mentre le sue mani corrono veloci sui tasti, mentre i suoi inconfondibili riccioli gli accarezzano il viso, mentre si commuove e alza le mani giunte al cielo ringraziando chi lo ha ascoltato per un’ora e mezza che è volata via troppo velocemente, ma che ha lasciato in tutti i presenti una meravigliosa, leggera sensazione di beatitudine. Un connubio perfetto tra musica e cuore, quel cuore che ieri sera ha donato a tutti, senza riserve.

Gisella Calabrese

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