Gaeta / Omicidio di Daniele Barchi a Viterbo, condanna a 15 anni per Stefano Pavani

Gaeta / Omicidio di Daniele Barchi a Viterbo, condanna a 15 anni per Stefano Pavani

GAETA – Travolto da una valanga di calci e pugni in ogni parte del colpo per la sola colpa di aver comunicato al suo aguzzino la volontà di non volerlo più ospitare nella sua abitazione. Con la condanna a 15 anni di reclusione emessa dal Gip del Tribunale di Viterbo Savina Poli al termine del rito abbreviato si è concluso il processo di primo grado per la morte di Daniele Barchi, il 42enne di Gaeta ucciso in maniera efferata la notte tra il 20 ed il 21 maggio 2018 nella sua casa in via Fontanella del Suffragio, nel cuore del centro storico del capuologo della Tuscia. Accogliendo quasi completamente la requisitoria del sostituto procuratore Stefano D’Arma, il Gip Poli ha condannato l’unico imputato, Stefano Pavani, di 32 anni, di Corchiano, in provincia di Viterbo, a 15 anni di reclusione, quattro mesi in meno rispetto a quanto aveva chiesto lo stesso magistrato titolare delle indagini.

Per Pavani è stata esclusa l’aggravante dei futili motivi e la condanna è stata formulata con l’accusa di omicidio volontario aggravato quando la difesa del 32enne, dichiarato seminferno di mente dopo una perizia cui avevano partecipato ben sei psichiatri, aveva chiesto la derubricazione del reato in omicidio preteritenzionale. Insomma l’omicida del 42enne di Gaeta, soffrendo di un grave disturbo della personalità, sarebbe stato, in occasione della mattanza, parzialmente incapace di intendere e di volere.

“Aspettiamo le motivazioni della sentenza tra 90 giorni prima di decidere se produrre o meno ricorso in appello – ha dichiarato l’avvocato Lino Magliuzzi, legale di parte civile dei genitori della vittima, Giuseppe Barchi e Maria Caruso, che hanno assistito alla lettura della sentenza del Gip Poli – A loro nessuno potrà più restituire Daniele. Gli unici motivi di soddisfazione sono due: l’imputato, nonostante lo sconto di un terzo della pena prevista dal rito abbreviato, è stato condannato per omicidio volontario e senza alcuna attenuante”. Giuseppe e Maria, accompagnati dall’avvocato Magliuzzi, non hanno voluto mai mancare alle udienze di questo processo terribile che sta cercando di stabilire cosa e perché Daniele è stato barbaramente ucciso dal giovane che generosamente ospitava nella casa di proprietà di via Fontanella del Suffragio a Viterbo.

I genitori della vittima hanno manifestato il loro stato d’animo in un comunicato stampa:“Restiamo convinti che Daniele sia stato massacrato non solo da Pavani ma dal pregiudizio, dalla indifferenza e dalle tante omissioni di chi avrebbe dovuto tenere ristretto un soggetto come il Pavani già giudicato più volte pericoloso – hanno dichiarato Giuseppe e Maria Barchi – L’idea che quel delitto fosse stato consumato in un contesto di marginalità sociale e di degrado psicologico, accomunando Daniele al Pavani ed alla sua compagna, è un pregiudizio che ha condizionato l’intera indagine” . A questo punto interviene il legale di parte civile che aveva contestato l’entità della requisitoria della Procura di Viterbo mettendo in chiaro tanti aspetti a tutela dell’onorabilità dei genitori di Daniele dopo alcune gravi insinuazioni circolate nel capuologo della Tuscia: “Daniele non era affatto stato abbandonato dai sui genitori che con cadenza almeno quindicinale lo raggiungevano da Gaeta e gli fornivano tutti i mezzi economici di cui avesse bisogno”. Giuseppe e Maria interrompono, a questo punto, l’avvocato Magliuzzi e aggiungono dell’altro: “Abbiamo assecondato il suo desiderio di autonomia ed indipendenza acquistando ben due appartamenti a Viterbo, senza, comunque, mai fargli mancare la nostra presenza ed il nostro affetto. Le vessazioni subite ad opera del Pavani e della Cerretani (la fidanzata dell’omicida che fu indagata inizialmente per aver informato tardivamente la Polizia per la mattanza consumata nell’abitazione della vittima) ce le ha sempre tenute nascoste. L’idea del terrore in cui Daniele è stato costretto a vivere per giorni e la durata delle percosse, delle coltellate e della violenza subita ci tormenta e non ci fa più vivere. Ce l’abbiamo anche con chi ha visto Daniele pochi giorni prima del fatale epilogo con il volto tumefatto e non ha fatto nulla per aiutarlo. Ora vogliamo far conoscere a tutti come è stato ridotto Daniele.

A far irritare la famiglia di Barchi sono state le motivazioni della difesa: “Il mio assistito non voleva uccidere. Non sono stati i futili motivi il movente dell’aggressione, ma la sua totale infermità mentale – aveva detto il legale difensore del 32enne Luca Paoletti arrivando a chiedere proscioglimento del suo assistito per totale vizio di mente – Non si tratta di omicidio volontario aggravato come sostiene l’accusa. La morte è stata conseguenza della condotta di Pavani, sulla cui seminfermità mentale, se non totale, concordano tutti gli psichiatri che lo hanno visitato.” I genitori di Daniele Barchi hanno chiesto ora di pubblicare una locandina che nella immediatezza dei fatti “ci fu sconsigliato di pubblicare”. Ha un titolo a carattere cubitali, “Vergogna” ed il viso di Daniele ricorda quello tumefatto di Stefano Cucchi, il geometra romano ucciso di botte da alcuni Carabinieri dopo un suo fermo per possesso di droga. La famiglia di Gaeta ha aggiunto un commento decisamente amaro: “Ecco come le leggi italiane hanno ridotto Daniele, mettendo in circolazione elementi pericolosi e quanti, pur sapendo, si sono girati dall’altra parte”. Giuseppe Barchi e Maria Caruso hanno voluto diffondere questa macabra locandina in questo modo: “E’ l’espressione del nostro profondo rammarico.”

Saverio Forte

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