Una rivalità lunga decenni si sgonfia con un sorriso. Phil Collins, oggi più asciutto che rancoroso, risponde alle punzecchiature storiche di Noel Gallagher e rimette le cose a posto: niente demoni, solo musica, caratteri forti e un’epoca che amava i titoli gridati.
C’è qualcosa di familiare nelle faide pop. Si capisce al volo da che parte stare. Si ridacchia sulle battute. Si collezionano copertine. La saga tra Phil Collins e Noel Gallagher è stata così: una partita infinita a freccette verbali, con la stampa britannica a fare da tabellone.
Una faida nata negli anni Novanta
La scena è quella del Britpop. Gli Oasis fanno sold out ovunque: Knebworth 1996 attira centinaia di migliaia di persone in due serate, “Definitely Maybe” e “(What’s the Story) Morning Glory?” cambiano il passo del rock inglese. Noel, penna affilata e zero filtri, diventa lo sceriffo delle opinioni. Dall’altra parte c’è Collins, ex batterista dei Genesis e star globale. “Face Value” esce nel 1981. Arrivano gli otto Grammy. Poi l’Oscar per “You’ll Be in My Heart”. Nel 1985 compie l’impresa: Live Aid a Londra e, poche ore dopo, a Philadelphia. Un profilo che non si piega alle caricature.
Le stoccate? Tante, e spesso rumorose. Tra allusioni politiche, sarcasmi sulla “musica per papà” e quel soprannome bigger than life: l’“Anticristo” del pop, ripetuto come una gag che fa clic. Sulle origini precise di certe frasi pesano ricostruzioni e memorie divergenti; su alcuni passaggi non esistono riscontri univoci. Ma il clima era quello: dichiarazioni taglienti, meme ante litteram, e un pubblico che chiedeva sangue.
Poi, il tempo. Collins rallenta per motivi di salute. Il tour d’addio dei Genesis si chiude nel 2022. Noel prosegue la sua corsa con gli High Flying Birds e nuovi album. L’aria cambia. Cambiano anche le parole.
È qui che arriva l’intervista su “Mojo”. Collins, 75 anni, sceglie la via disarmante. Non l’invettiva, non il dossier. Solo una frase asciutta, ironica, che sposta il peso dalla polemica alla prospettiva: “Noel Gallagher non pensa davvero che io sia l’Anticristo”. Una linea che vale più di qualsiasi controattacco. Perché mette in cornice quello che è sempre stato evidente: il gioco delle parti, la teatralità della stampa, la voglia di distinguersi per iperbole.
Quando l’ironia disinnesca il mito dell’odio
La mossa funziona perché parla di maturità. Una star pop può essere la somma dei suoi dischi e, allo stesso tempo, la somma delle sue reazioni. Collins sceglie l’understatement britannico, cioè la forma più tagliente di risposta. Così riconosce il valore dell’avversario senza alimentare il fuoco. E restituisce alla musica il centro del ring.
I numeri, del resto, spiegano più delle etichette. Collins, tra carriera solista e Genesis, ha venduto oltre cento milioni di dischi a testa di lato. Gli Oasis superano decine di milioni di copie e lasciano in eredità inni che resistono agli stadi e ai pub. La storia non ha bisogno di santini o demoni. Ha bisogno di canzoni che restano.
Il bello è che, a volte, la chiusura più onesta non è una stretta di mano in diretta, ma un sorriso che sgonfia la retorica. È questo il punto. Niente resa, niente trionfo. Solo la constatazione che l’odio plateale rende bene a titoli, ma male alla realtà.
Forse allora la domanda giusta è un’altra: se togliamo ai miti la maschera da “Anticristo”, cosa resta? Magari resta proprio ciò che ci unisce. Un ritornello a cui, senza accorgercene, stiamo già battendo il tempo.

