Cronaca

Sperlonga / Operazione Tiberio, polemiche sulla deposizione del comandante dei carabinieri

SPERLONGA – Una pioggia di considerazioni ha accompagnato sulla rete il velenoso commento dell’ex capogruppo di opposizione al comune di Sperlonga ed ex candidato a sindaco Nicola Reale sullo svolgimento martedì scorso della terza udienza, presso il Tribunale di Latina, del giudizio immediato dell’operazione “Tiberio”. Si tratta di un processo delicatissimo che annovera tra i nove imputati l’ex sindaco e due volte della Provincia di Latina Armando Cusani, accusato di essere il regista di un’organizzazione formata da politici, tecnici comunali e imprenditori in grado di pilotare l’esito di appalti pubblici a Sperlonga ma anche a Maenza e a Prossedi. Il dibattimento aveva registrato un pesantissimo fuoco di fila dell’agguerrito collegio difensivo di Cusani – per la prima volta in aula – nei confronti dell’attuale e nuovo comandante della stazione dei Carabinieri di Sperlonga, Salvatore Capasso.

Questa deposizione, che ha ruotato su uno dei capi d’accusa mossi dalla Procura nei confronti di Cusani (il comodato d’uso gratuito di un’abitazione di proprietà della madre concesso dal sindaco di Sperlonga all’ex responsabile della ripartizione tecnica del comune, Massimo Pacini, pur di non emettere le ordinanze di demolizione alle parti abusive realizzate presso l’albergo di famiglia, “Grotte di Tiberio”,ndr), è stata considerata da Reale “una vera e propria tortura psicologica” nei confronti di un ufficiale dei Carabinieri “che aveva avuto l’ardire e il torto di aver compiuto il suo dovere e aver svolto indagini nei confronti di un intoccabile potente. Come in un racconto kafkiano, man mano la realtà si stravolgeva, cambiava i suoi contorni, si trasformava nel suo contrario, assumeva la fisionomia dell’assurdo: l’accusato di corruzione diventava vittima innocente delle oscure macchinazioni di un comandante dell’Arma sul quale l’inquisitore – è l’analisi di Reale – provava a cucire il vestito di uomo infido, inaffidabile, subdolo, rancoroso, inoculando anche il sospetto sulla sua correttezza etica e professionale.

La raffica di domande era stata scientificamente concepita nel tentativo di destabilizzare la tenuta psicologica del teste, per farlo vacillare, per dimostrarne l’inconsistenza morale, l’irrilevanza processuale”. Insomma per Reale “l’obiettivo era quello di distruggere la credibilità della persona e quindi del suo operato, di trasformare il suo onesto lavoro e l’adempimento del suo dovere in una colpa”. La durissima presa di posizione di Reale ha provocato in molti osservatori e cittadini comuni “l’idea di un maresciallo uscito sconfitto e umiliato dal feroce interrogatorio” condotto da uno degli avvocati della difesa. Reale chiede ora pubblicamente scusa se ha determinato “questo spiacevole equivoco” e sul suo profilo facebook ha provato a “spiegarsi meglio.

Nell’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Latina martedì “è accaduta una cosa estremamente semplice e, al tempo stesso, estremamente grave. E accaduto cioè che un avvocato, non avendo a disposizione argomenti solidi per svolgere la difesa del suo assistito accusato di corruzione e turbativa d’asta, ha cercato di demolire l’azione investigativa svolta dal maresciallo dei carabinieri Capasso. Ma non avendo serie argomentazioni nemmeno per porre in atto questa strategia, ha tentato con ogni mezzo di minare la credibilità, l’attendibilità, la serietà, la professionalità del teste. E questo diventa insopportabile quando il teste è un onesto e fedele servitore dello Stato che ha sempre operato solo e soltanto per compiere il proprio dovere di tutore della legalità.

Lo stesso giudice ha dovuto più e più volte intervenire per rilevare l’inammissibilità o l’irrilevanza processuale di molte delle domande poste dall’avvocato. Due ore di tale genere di interrogatorio non possono non mettere alla prova i nervi di qualunque persona; il maresciallo ne è uscito provato dalla tensione accumulata per le continue provocazioni subite,ma a testa alta e avendo pienamente confermato la correttezza e la congruità del suo operato”.

Saverio Forte

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