Ferragosto tra Arte e Devozione: 100 Madonnari e un Coccodrillo al Santuario di Grazie di Curtatone

Un sagrato che odora di gesso bagnato, il fruscio dei pioppi sul Mincio, lo sguardo antico di un coccodrillo sospeso in navata. A Grazie, a Ferragosto, l’arte incontra la fede e il paese diventa un set a cielo aperto. Ci si arriva per curiosità, si resta per stupore.

Ferragosto tra arte e devozione: 100 Madonnari e un coccodrillo al Santuario di Grazie di Curtatone

A due passi da Mantova, il borgo di Grazie di Curtatone vive il suo momento dell’anno. L’Antichissima Fiera delle Grazie, documentata dal XV secolo, richiama migliaia di persone che riempiono il sagrato e il portico. È un appuntamento nato intorno al Santuario mariano e cresciuto nei secoli grazie a pellegrini, mercanti, contadini. Qui la devozione ha il passo lento della pianura e il gusto della festa. Intorno, nelle Valli del Mincio, i fiori di loto sono in piena fioritura tra luglio e agosto: vederli all’alba è un rituale che vale il viaggio.

Il borgo fa parte dei Borghi più belli d’Italia e la sua forza è la misura: tutto è vicino, comprensibile, a portata di voce. Le bancarelle, i profumi di tortelli di zucca e sbrisolona, la gente che chiede indicazioni come se si conoscesse da sempre. È una festa popolare vera, non una rievocazione.

Un santuario gotico e il suo coccodrillo

Il Santuario della Beata Vergine delle Grazie affonda le radici nel XV secolo, con impianto gotico-lombardo e una navata che sorprende. Appesi alle pareti, centinaia di ex voto raccontano incidenti scampati, guarigioni, promesse mantenute. E poi lui, il famoso coccodrillo: un esemplare essiccato, sospeso in alto, arrivato chissà come. Le ipotesi non mancano: dono di un viaggiatore, ricordo di una collezione gonzaghesca, simbolo del male domato per intercessione della Madonna. Non ci sono documenti certi sull’origine, ma la sua presenza è un magnete. Entri per curiosità, resti a guardare quel corpo antico che sembra vigilare sulle panche.

Fuori, il sagrato diventa una pagina bianca. E lì accade il cuore della storia.

Madonnari: il museo che nasce e svanisce

Il 15 agosto va in scena il 52° Incontro Nazionale dei Madonnari. Circa cento artisti, dall’Italia e dall’estero, si inginocchiano sull’asfalto e disegnano con gessetti e pigmenti. Immagini sacre, citazioni classiche, slanci contemporanei. È arte effimera: un colpo di vento, una notte di umidità, e il quadro cambia già volto. Proprio qui, negli anni Settanta, questa forma d’arte popolare ha trovato una casa e un nome riconosciuto. Oggi l’incontro è tra i più noti in Europa, con una giuria e premi che valorizzano tecnica e originalità.

La scena migliore? La notte tra il 14 e il 15, quando le mani colorano il selciato sotto lampade e torce, e il silenzio è rotto solo dallo sfregare del gesso. Al mattino, i volti riaffiorano dal buio come apparizioni. Gli organizzatori parlano di migliaia di presenze; per muoversi bene conviene arrivare presto, scegliere scarpe comode, portare acqua e cappello. I programmi cambiano di anno in anno: parcheggi decentrati e navette possono essere previsti, ma vanno verificati prima di partire.

C’è poi un gesto che resta addosso: il segno di colore sulle dita. Bambini e adulti lo portano via come una medaglia, insieme a un’idea semplice e potente. Che la bellezza, anche quando dura poco, riesce a educare lo sguardo. Forse è questo il patto di Grazie: tra piazza e Santuario, tra festa e preghiera, tra un coccodrillo che non dovrebbe stare lì e un volto che appare per un giorno soltanto. E se l’arte svanisce con la prima pioggia, che traccia lascia dentro di noi?