Un partito che si ricompone correndo e un governo che cambia rotta tra un applauso e un decreto: dentro Forza Italia si muovono pedine pesanti. Nel mezzo, il nome che tiene il filo è uno: Antonio Tajani.
Maurizio Gasparri lascia la guida del gruppo di Forza Italia, con la “benedizione” di Marina Berlusconi. Al suo posto sale Stefania Craxi. Voto per acclamazione. “Normale”, dicono entrambi. Un cambio “autonomo”, preparato da settimane, e non una resa ai venti contrari del voto referendario sulla giustizia. Craxi lo dice netta: la sconfitta del sì ha inciso “solo marginalmente”.
Antonio Tajani scrive su X che Forza Italia è “viva” e “non ha paura della democrazia”. È una cornice identitaria. Funziona sui social, rassicura i quadri, rinsalda la base. Ma nei corridoi il clima non è da passerella.
Le ultime settimane hanno visto anche le dimissioni di Daniela Santanchè, di Andrea Delmastro e di Giusi Bartolozzi. E alcuni sondaggi segnalano un sorpasso di pochi decimali del centrosinistra. La leader del Pd, Elly Schlein, ha scelto parole taglienti: “Questo governo cade a pezzi sotto il peso della propria arroganza”.
Tajani mette un paletto: se il suo fedelissimo Paolo Barelli venisse sfiduciato alla Camera, lui è pronto a lasciare. È un avvertimento secco. Parla alla sua area. Parla agli alleati. E manda un messaggio chiaro anche a Palazzo Chigi. Niente è scontato, ma la mossa dice che la “rivoluzione” in Forza Italia non è un maquillage. È una ridefinizione dei rapporti di forza. E potrebbe toccare lo stesso segretario.
Il partito azzurro è abituato a cambiare pelle. Ma qui la regia non è carismatica, è collegiale. Meno telecamere, più geometrie. L’assemblea-lampo e l’acclamazione restituiscono l’idea di un’operazione chirurgica. Rapida. Indolore in superficie.
Eppure, se Barelli scivola, si apre una faglia. Tajani ha costruito su di lui un pezzo della propria architettura parlamentare. Togli quel mattone e la casa scricchiola. Quanto? Dipende da due fattori molto concreti: la tenuta dei gruppi e l’umore del partner maggiore, il governo guidato da Giorgia Meloni. Ad oggi non ci sono atti ufficiali che confermino una sfiducia imminente. Ma il rischio politico, quello sì, è all’ordine del giorno.
Pacchi low cost, tassa rinviata: cosa cambia
Intanto, fuori dalle stanze dei gruppi, arriva una decisione che tocca milioni di acquisti online. La cosiddetta tassa da due euro sui piccoli pacchi provenienti da Paesi extra Ue non partirà subito. Il rinvio è nel decreto Fisco approdato al Consiglio dei ministri: secondo il testo rilanciato da Public Policy, l’applicazione scatta dal 1° luglio 2026.
La clausola è chiara: “Il contributo non si applica alle spedizioni di beni importati anteriormente alla data del 1° luglio 2026”, con l’adeguamento dei sistemi informativi a cura dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Esempio pratico: compri un cavo da 8 euro su un marketplace cinese? Niente balzello aggiuntivo fino a metà 2026. Poi, salvo nuove modifiche, scatterà l’extra di 2 euro a spedizione.