Cassino / Delitto Mollicone, Franco Mottola al processo: “Serena ha bisogno di giustizia, ma anche noi” [VIDEO]

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CASSINO  – “Serena ha bisogno di giustizia ma anche noi, che siamo innocenti, reclamiamo forte la nostra estraneità ai fatti per i quali siamo sotto processo”. E’ durata poco più di dieci minuti la dichiarazione spontanea resa da Franco Mottola davanti la Corte d’Assise del Tribunale nella nuova udienza, la 39°, del dibattimento per l’omicidio di Serena Mollicone.  L’ex comandante della stazione di Arce dei Carabinieri, indagato insieme alla moglie Annamaria e al figlio Marco. per la prima volta  ha deciso di parlare in un’aula di Tribunale e l’ha fatto per ribadire l’innocenza sua e dei suoi familiari relativamente alle accuse del delitto e occultamento del cadavere della vittima. Su un aspetto l’ex comandante e’ stato categorico: Serena non e’ mai entrata nella caserma che guidava il 1 giugno 2001.

“Se fosse stato cosi, ne avremmo parlato in famiglia  sin dalla sera della denuncia della scomparsa della studentessa”. Per Mottola Santino Tuzi si è sbagliato a fare questa rivelazione nel 2008 cosi come sono “campate in aria” le ipotesi che fosse stato lo stesso Mottola a chiedere di falsificare gli ordini di servizio dei turni di quel giorno e soprattutto a ricattare e minacciare Tuzi, suicida nell’aprile 2008, e Quatrale per ritrattare la presenza di Serena in caserma.

Mottola ha ripercorso le fasi delle ricerche della studentessa, effettuate sotto il coordinamento dei suoi superiori che, su ordine di uno dei tre Pm inquirenti, gli chiesero di prelevare in chiesa papà Guglielmo durante i funerali di Serena. La querelle, poi,  della porta contro la quale sarebbe stata sbattuta Serena al termine di una lite: Mottola ha ammesso di averla rotta lui con un pugno nel marzo 2001 nel corso di una lite con Marco al quale esternò la sua rabbia per la decisione di non andare più a scuola. Sbollita la rabbia, fu lo stesso Mottola di smontare e portare via la porta “per non litigare con Annamaria” . Le raccontò l’accaduto annunciandole la decisione di Marco di lasciare la scuola.  La versione del pugno è stata duramente contestata dal sostituto procuratore Maria Beatrice Siravo, pronta a portare in aula il calco del pugno dell’ex comandante decisamente diverso dal foro provocato – secondo la Procura – dalla testa di Serena vittima dell’aggressione. Mottola si è soffermato anche sul ritrovamento sul suo telefonino di 8 foto , dal contenuto pedopornografico, per il quale e’ indagato dalla Procura di Napoli nord. Per l’ex comandante quelli sono ‘file temporanei’ che ha non ha scaricato “intenzionalmente”.

L’udienza e’ stata arricchita dalla deposizione di alcuni testimoni citati dalla difesa della famiglia Mottola. Mario Santoro è il cugino di Guglielmo: ha confermato in aula quanto gli riferì il parente, di aver saputo dall’insegnante Elvira Mollicone di aver notato Serena alle 13.15 in pieno centro ad Arce. La donna frequentava l’abitazione di Serena perchè con papà Guglielmo aveva preparato l’esame per diventare maestra. Ha confermato in aula di aver visto Serena alle 13.15 ad Arce, cioè quando – secondo la Procura – Serena era già in caserma e forse era stata già uccisa.

Il maresciallo Domenico De Innocentis e Sabatino Cellupica nel giugno 2001 prestavano servizio presso il Nucleo Radiomobile della compagnia di Sora. Furono impegnati insieme ad altri due colleghi nelle ricerche della ragazza scomparsa di Arce. Il 2 giugno,intorno alle 15, si recarono nel boschetto di Fonte Cupa  e – l’hanno dichiarato in aula – non trovarono il cadavere di Serena che venne rinvenuto il giorno dopo ma solo dietro una carcassa di rifiuti ed elettrodomestici ed una folta vegetazione. Secondo la Procura e lo stesso presidente Massimo Capurso , attraverso la proiezione del drammatico video sul ritrovamento del corpo privo di vita di Serena, sarebbe stato impossibile non scorgere il cadavere della studentessa abbandonato alle spalle di un vecchio elettrodomestico e parzialmente occultato da alcuni rami.

L’udienza, terminata poco prima delle 20, si è conclusa con l’audizione di un ex ambulante, Silvio Vellone, che ha raccontato di aver visto la mattina del 1 giugno Serena nel mercato di Arce indossare la maglia con lo stesso colore evidenziato dalla maestra Elvia Mollicone e Valentina Chianchetti che, tra tanti non ricordo, non ha saputo confermare quanto evidenziato in quattro interrogatori (2001, 2002, nel processo contro Carmine Belli nel 2004 e nel 2011)e, cioè, di aver notato la studentessa in pieno centro poco prima di mezzogiorno.

Si torna in aula venerdì con l’audizione di altri testimoni della difesa Mottola. Tra questi il neo Questore Cristiano Tatarelli, ex dirigente del commissariato di Polizia di Cassino e della Squadra Mobile della Questura di Frosinone,la cugina di Serena Sabrina D’Oro, Annamaria Poccia (una conoscente di Santino Tuzi), Simone Grimelli, Loredana Spalliero (addirittura ha dichiarato di aver avvisto Serena nel primo pomeriggio del 1 giugno 2001 davanti una pizzeria di Isola Liri) ed Enzina Iafrate, l’odontecnica che avrebbe effettuato l’ortopanoramica a Serena a Sora prima di fare ritorno ad Arce .

INTERVISTA video Carmelo Lavorino, portavoce collegio difensivo famiglia Mottola

 

Riportiamo il testo integrale delle dichiarazioni spontanee dell’ex comandante Franco Mottola:

“Signor Presidente, signor Giudice a latere e signori giudici popolari, faccio queste brevi dichiarazioni per affermare la mia totale innocenza e quella della mia famiglia e l’assoluta estraneità ai fatti che ci vengono contestati.

Vorrei anzitutto precisare che la mattina del 1° giugno 2001 tornai ad Arce, da Frosinone, dove avevo partecipato alla Festa dell’Arma, verso le 10 e 10 del mattino e ridiscesi prima delle ore 11 poiché Quatrale e Tuzi avrebbero dovuto completare il servizio esterno che avevo già impartito. In quella circostanza, né in altre, Serena non è mai entrata in Caserma: assolutamente mai! Tuzi purtroppo ha fatto moltissima confusione e dopo sette anni, improvvisamente, dopo pressioni, battute e minacce che sono agli atti o per il solo timore di essere incriminato per l’omicidio, riferisce vagamente di una ragazza entrata presso lo stabile della Caserma senza però mai dire che ciò fosse accaduto il primo giugno e che ella fosse Serena Mollicone: le registrazioni delle sua sommarie informazioni, che sono incontrovertibili, lo dimostrano senza alcuna ombra di dubbio. D’altronde, se ciò fosse stato vero, lo avrebbe detto sin dalla sera quando vennero i familiari di Serena a denunciarne la scomparsa sin dalla mattina e ne avrebbe parlato in famiglia, circostanza smentita dalla stessa Maria Tuzi. Ed è falso, come ipotizza chi mi accusa, che io possa aver minacciato, ricattato o promesso chissà cosa a Tuzi e Quatrale affinché negassero che Serena fosse entrata in Caserma: queste sono ipotesi tutte campate in aria, smentite dall’istruttoria dibattimentale e senza alcuna prova. Nessun ordine di servizio falso è stato poi redatto: in realtà chi mise gli orari fu proprio Tuzi e fu molto impreciso. Ma vi pare che se avessimo dovuto darci un falso alibi non lo avremmo organizzato in maniera minuziosa e senza imprecisioni, così da fornire una versione unica e convincente? Addirittura sono stato accusato dai maldicenti di essere responsabile della morte di Tuzi: questa circostanza è falsa!

Io, mia moglie, mio figlio e la mia famiglia non sappiamo nulla della morte di Serena. Nessuno di noi ha partecipato al confezionamento, all’imbavagliamento, al legamento, al trasporto del corpo di Serena a Fontecupa, e nessuno di noi ha partecipato all’occultamento del suo corpo. Non ne sappiamo nulla. Io non ho depistato nulla, e non avrei potuto farlo, ho fatto il mio dovere, agendo su delega del Capitano Trombetti e dei PM. Facevamo riunioni operative ed ho segnato i tutti i dettagli dell’attività di indagine su un’agenda che compilavo assieme al Quatrale, e il capitano Trombetti ne era al corrente.

Non ho fatto sparire nessun documento dalla casa di Guglielmo Mollicone.

Non è vero che sabato pomeriggio 2 giugno Carmine Belli venne in Caserma e che io non verbalizzai le sue dichiarazioni poiché quel pomeriggio ero in elicottero con il Capitano Trombetti per ispezionare dall’alto la zona da Arce a Sora. E ricordo che quando passammo sopra Fontecupa, proprio sulla radura dove fu poi rinvenuto il corpo, vidi una macchina dei Carabinieri. Non ho esperito alcun tentativo di fare escludere dalla lista dei sospetti mio figlio Marco e la sua vettura Y10 poiché la sua macchina era parcheggiata nel piazzale della Caserma e ben visibile agli occhi di tutti, anche degli inquirenti che la frequentavano in quei giorni.

Io il telefonino di Serena non l’ho mai visto sino a che non mi è stato portato in Caserma da Dell’Oro Mario, cognato di Gugliemo Mollicone. Io non ho cancellato le impronte dal telefonino come sostiene la Procura, tanto che sullo stesso sono state trovate proprio le impronte di Guglielmo. Certamente non abbiamo inserito nell’agenda del telefonino di Serena il nr 666 accanto alla dicitura “diavolo”: è un’illazione accusatoria senza testa e né coda, frutto dell’innamoramento del sospetto.

Non è vero che da parte mia ci siano state scarse attività di ricerche della scomparsa Serena, io ho fatto il mio dovere. Non è vero che dopo la scoperta del corpo io abbia tentato di fare credere che la ragazza avesse tendenze suicidiarie, oppure che facesse parte di un giro di prostituzione. Queste sono illazioni accusatorie senza basi. Non è vero che io abbia inserito o fatto inserire nel cassetto di Serena hashish, è un tentativo da parte di chi mi accusa di fare quadrare il cerchio.

E’ falso che io abbia tentato di fare cadere i sospetti su Gugliemo Mollicone, addirittura tramite il clamoroso prelevamento durante il funerale: mi fu ordinato dal Capitano Trombetti su ordine di uno dei tre Magistrati inquirenti come, del resto, ha riferito in quest’aula il Capitano. Hanno, inoltre, insinuato falsamente che io abbia fatto sparire dall’obitorio di Roma i reperti e i vetrini di Serena ma la circostanza non corrisponde al vero in quanto, come abbiamo visto e sentito in dibattimento, la responsabilità di tali smarrimenti se l’è assunta il professor Ernesto D’Aloja.

La questione delle foto pedopornografiche rinvenute sul telefonino, 8 foto su 29.914, è una bolla di sapone. I miei consulenti hanno infatti prodotto una relazione attraverso la quale confermano che sono quelle fotografie costituite dai cosiddetti “file temporanei” che non ho scaricato intenzionalmente.

In relazione alla porta voglio anzitutto dire questo: “Se la porta fosse l’arma del delitto, vi pare che dal 2001 al 2002 non avremmo potuto aggiustarla oppure coprire il danneggiamento? Che non avremmo concordato una versione comune da imparare a memoria? La nostra ingenuità prova la nostra assoluta innocenza”. A tal proposito intendo precisare quanto segue: un giorno, mi sembra un sabato pomeriggio del marzo 2001, litigai con mio figlio Marco perché aveva preso la decisione di non frequentare più la scuola, la quale cosa mi fece arrabbiare enormemente. Eravamo da soli in casa e lui, poiché mi vide diventare rosso dalla rabbia, se ne andò intimorito per una mia reazione. Dopo pochi minuti la rabbia era aumentata, al ché sferrai un fortissimo pugno contro la porta del bagno posto nel corridoio, così provocando il danno. Non ricordo bene la dinamica del fatto, ricordo che colpii la porta con la parte inferiore del pugno, quella carnosa sotto il mignolo e che la mano era quella destra.

A rabbia sbollita, dopo circa venti minuti, per non litigare con mia moglie e per evitare discussioni, decisi di portare via la porta. La tolsi dai cardini, la portai giù nell’appartamento disabitato a trattativa privata, tolsi la porta del bagno situato all’interno della camera da letto e inserii quella rotta. Feci questa scelta anche perché la porta rotta, collocandola all’interno della camera da letto, non era visibile dal corridoio poiché era coperta dalla porta di ingresso della camera da letto stessa. Qualche giorno, a mente serena, parlando con mia moglie della decisione di Marco di abbandonare la scuola, le raccontai l’accaduto. La circostanza tuttavia, che all’epoca non aveva alcun significato particolare, cadde così nel dimenticatoio.

Signore presidente intendo pertanto ribadire la mia innocenza e quella della mia famiglia rispetto al barbaro omicidio della povera ragazza che in questa sede, ingiustamente, ci viene attribuito. Serena ha bisogno di giustizia ma anche noi, che siamo innocenti, reclamiamo forte la nostra estraneità ai fatti per cui è processo”.