Gaeta / “Meno favole, più diritti”: protesta del Partito Comunista contro le luminarie

Gaeta / “Meno favole, più diritti”: protesta del Partito Comunista contro le luminarie

GAETA – “Si è aperta da poco l’ennesima edizione dell’iniziativa “Favole di Luce” promossa dal Comune di Gaeta. Non sono mancati come al solito numerosi commenti e giudizi di diverso tenore accomunati ancora una volta dalla totale mancanza di un’analisi di classe in termini di costi e benefici per le fasce popolari. Come comunisti è per noi doveroso intraprendere tale bilancio e abbiamo scelto di organizzare presidi informativi e di protesta durante la manifestazione per renderlo pubblico. I costi dell’iniziativa sono spropositati per una città con dimensione abitativa, capacità contributiva, composizione sociale ed occupazionale attuali come Gaeta, che tra l’altro da anni va spopolandosi”. Lo dichiara la Sezione “Mariano Mandolesi” del Partito Comunista di Gaeta.

“Le passate edizioni – prosegue la nota – li avrebbero visti lievitare fino ad una spesa di circa un milione di euro nello scorso anno, dei quali oltre i due terzi prelevati dalle tasche dei residenti attraverso la tassazione comunale altissima e pressoché indipendente dal reddito. Sul sito istituzionale del Comune si riscontrano grandi difficoltà nel venire a conoscenza di dati esatti relativi alla spesa per l’edizione in corso, fatto che di per sé denota la più totale mancanza di trasparenza oltre all’ormai proverbiale debolezza e inconsistenza del Consiglio comunale, minoranze in testa, esautorato di ogni potere. Nella speranza che questo vuoto di informazione sconcertante venga prima o poi colmato resta altamente probabile che la spesa corrente sia similare o addirittura maggiore rispetto all’edizione precedente. Certo è che una parte consistente proviene ancora dalle tasche delle classi popolari.

Nei termini di un possibile ritorno positivo per le stesse viene subito in mente l’aspetto occupazionale. I settori più interessati dai flussi turistici attirati sono quelli del piccolo commercio e della ristorazione, limitatamente al centro cittadino e ai percorsi ristretti delle installazioni luminose in prevalenza nel tempo ridotto dei fine settimana, oltre al settore ricettivo rappresentato da B&B ed alberghi. Sarebbe innanzitutto ingenuo credere che i posti di lavoro prodotti nei mesi in questione siano molti. La nostra recente inchiesta sulle condizioni del lavoro a tempo determinato ha messo in luce come, anche e soprattutto in questi settori, la piccola imprenditoria locale trovi spesso più conveniente incrementare i ritmi di lavoro aumentando all’inverosimile lo sfruttamento dei dipendenti già impiegati più che assumerne altri in proporzione ad una domanda crescente o stabilizzarli. Questo è vero più che mai nel settore del commercio, ove la deregolamentazione degli orari di apertura ha già prodotto condizioni devastanti per i dipendenti.

Ciò è consentito anche dall’endemica mancanza di controlli da parte delle autorità competenti, dalla diffidenza dei lavoratori stagionali nei confronti dei sindacati e dal loro timore di intraprendere iniziative legali finalizzate a tutelarsi.

La nostra inchiesta ha svelato inoltre come nei settori coinvolti il lavoro in nero rappresenti ben il 40% del totale, come il 73% dei dipendenti a tempo determinato lavori dalle 9 alle 13 ore giornaliere, senza giorno libero nel 58% dei casi, senza diritto nemmeno ad una pausa nel 31% dei casi. Il 63% percepisce una paga oraria netta reale inferiore ai 4 euro. Il 60% dei dipendenti non recepisce al temine del rapporto alcuna indennità di disoccupazione. La nostra indagine ha messo in risalto come il 55% della manodopera abbia un’età inferiore ai 25 anni e come il 66% di essa non abbia ricevuto alcuna formazione specifica per il lavoro svolto. Il 42% dei lavoratori ha dichiarato di non avere avuto in passato altri rapporti con lo stesso datore a conferma del continuo ricambio adoperato come strumento di ricatto.

Risulta pertanto evidente come il denaro sborsato dalle tasche delle classi popolari per la realizzazione della manifestazione in oggetto non generi automaticamente un incremento apprezzabile dei livelli occupazionali, tanto meno un miglioramento delle condizioni materiali del lavoro, producendo anzi spesso addirittura un peggioramento sotto questo profilo.

Al contrario le ingenti risorse impiegate potrebbero essere utilizzate del tutto o in parte ad esempio nella creazione di un’azienda pubblica multiservizi per migliorare le condizioni del lavoro, come rivendichiamo da tempo, per creare posti di lavoro nuovi e continuativi nei servizi di promozione del territorio, guida turistica alle bellezze della nostra città e gestione delle strutture museali già esistenti, o in sgravi comunali ed incentivi per le attività che assumono e stabilizzano il lavoratore a condizioni più dignitose.

Se si considera la questione dal punto di vista dei servizi erogati dal Comune alle fasce popolari le cose non cambiano. In questo caso le centinaia di migliaia di euro spesi annualmente in luci natalizie potrebbero servire ad incrementare l’edilizia popolare garantendo il diritto abitativo ai tanti cittadini cui viene negato, a rafforzare il trasporto pubblico, i servizi per l’infanzia, l’offerta culturale, il sostegno alla povertà, alla disabilità e la spesa sociale in genere, la salvaguardia del territorio e la manutenzione stradale. Tutti ambiti in cui si riscontra un’endemica carenza che costringe spesso le classi popolari cittadine a ricorrere al privato con spese ulteriori che aumentano considerevolmente il costo della vita.

Da quanto emerso è evidente che la manifestazione “Favole di Luce”, nonostante il flusso turistico prodotto, per come è concepita rappresenta solo un ulteriore strumento finalizzato a spostare ricchezza dalle classi popolari a settori ristretti ed esclusivi della società gaetana, incrementando ulteriormente le disparità sociali già esistenti e concentrando ancor di più le risorse collettive nelle mani di pochi. Il nostro impegno presente e futuro non può che essere finalizzato a scardinare questo stato di cose”.

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