Formia / Caso di malasanità, due condanne

Formia / Caso di malasanità, due condanne

FORMIA – Un decesso che poteva essere evitato. E’ stato accompagnato da tanta negligenza, imprudenza ed imperizia. Al termine di un aspro e lungo processo, caratterizzato anche da un durissima battaglia medico-legale, il giudice unico del Tribunale di Latina Giorgia Castriota ha condannato a sei mesi di reclusione, con i benefici di legge, Stefano C. e Barbara N., i due medici, di 60 e 44 anni, che effettuarono il 21 ottobre 2011, presso una clinica privata di Formia, l’intervento chirurgico di colecistectomia laparoscopica per rimuovere la calcolosi della colecisti nei confronti di Vincenzo Costa, di 74 anni di Formia, Secondo la ricostruzione iniziale del sostituto procuratore Maria Eleonora Tortora, che coordinò le indagini dei Carabinieri della compagnia di Formia cui si rivolse il figlio dopo la prematura morte del padre, i due chirurghi – difesi dagli avvocati Morandi, Piero Tudino, Silvestro Conte e Gianni Lauretti – provocarono “una lesione iatrogena di un vaso epatico”, la cui rottura causò una vasta emorragia risultata letale all’uomo a meno di 24 ore dal suo ricovero e dall’intervento chirurgico programmatico da settimane.

L’autopsia, disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Saverio Potenza, accertò che l’intervento chirurgico di colecistectomia laparoscopica dopo aver lesionato un piccolo vaso arterioso sarebbe dovuto trasformarsi “in corsa”, si sarebbe dovuto solvere “a cielo aperto” pur di non mettere in pericolo l’incolumità del paziente. Insomma sarebbe dovuto cambiare il metodo operatorio, tecnicamente a portata di mano. I familiari di Costa capirono che qualcosa non era filato per il verso giusto per due ordini di motivi. Inizialmente la clinica privata sostenne che il 74enne era morto per un infarto, in parte vero perché la diagnosi accertata dalla Procura fu “un’acuta insufficienza cardio-circolatoria e respiratoria insorta terminalmente ad uno shock ipovolemico da anemia meta emorragica secondaria alla lesione di un piccolo vaso arterioso epatico ed emoperitoneo massibo…”

Avv. Christian Frungillo

Ma il figlio ed altri parenti della vittima, che si sono costituiti parte civile attraverso l’avvocato Christian Frungillo, si insospettirono quando videro diverse macchie ematiche che si allargavano sempre più e col passare delle ore quando l’uomo era in attesa di essere sistemato nella camera mortuaria. Altro che infarto. E poi la cartella clinica: era praticamente vuota nella fase, delicata,che seguì l’intervento chirurgico. La famiglia Costa maturò una convinzione: il loro assistito non avrebbe ricevuto le cure e l’assistenza ottimale alla luce di un intervento chirurgico, peraltro, non riuscito alla perfezione.

Il giudice unico Castriota al termine del dibattimento ha assolto, sempre dalle accuse di omicidio colposo in concorso, Patrizia M. e Giulia D.N., le due infermiere, attualmente di 44 e 65 anni, in servizio nel turno di notte del 22 ottobre 2011, nelle ore che precedettero la morte di Costa. Dopo le prescrizioni dei due medici ora condannati, avrebbero omesso di rilevare i parametri vitali dell’uomo e di registrare i relativi controlli nella cartella clinica. Tra questi l’emocromo, il funzionamento e i controlli del drenaggio posizionato nella regione sotto-epatica e, per ultimo, l’andamento della temperatura corporea. In sede di requisitoria il Procuratore aggiunto Carlo Lasperanza aveva chiesto l’assoluzione di uno due medici chirurghi – un anno e mezzo di reclusione era stata la requisitoria per il chirurgo Stefano C- e delle infermiere che ebbero in cura Costa. Nel corso del processo la parte civile è andata oltre: ha chiedesto di indagare anche il medico di guardia che la notte della tragedia, intorno alle 23 del 21 ottobre 2011, visitò il 74enne quando le sue condizioni erano di gran lunga peggiorate. Ma era troppo tardi. Il processo era già in corso di svolgimento e l’inchiesta chiusa da tempo.

Con la sentenza del giudice Castriota è calato ora il sipario sul processo penale ma se ne aprirà ora in sede civile per quantificare – come ha anticipato l’avvocato Frungillo – i danni subiti dalla famiglia di questa vittima di malasanità.

Saverio Forte

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