Lenola / Trovate due buste in una grotta il cadavere del pastore Armando Capirchio

Lenola / Trovate due buste in una grotta il cadavere del pastore Armando Capirchio

Il 23 marzo 2018, in Lenola (LT), località denominata Ambrifi, a seguito di incessante ed articolata attività informativa, avviata successivamente all’omicidio in pregiudizio di Capirchio Armando, nato a Vallecorsa il 22 aprile 1958 e per il quale il 12 dicembre 2017 era stato tratto in arresto l’autore del reato, i militari del Reparto Operativo e della Compagnia di Frosinone, con ausilio del Gruppo Forestale Carabinieri e del personale dei VV.FF. di Frosinone, rinvenivano il cadavere sezionato nelle diverse parti anatomiche, verosimilmente appartenuto in vita al Capirchio Armando. I resti umani venivano rinvenuti all’interno di due sacchi telati per uso agricolo celati in una cavita’ sotterranea profonda circa 10 mt. a cui si accedeva attraverso una piccola apertura naturale. Per l’impervietà del luogo e le difficoltà di accesso è stato necessario far intervenire personale specializzato del Soccorso Alpino e Speleologico di Roma.
All’individuazione dell’odierno luogo di ritrovamento, partendo dal convincimento degli inquirenti che il corpo fosse stato occultato in uno dei tanti cosiddetti “inghiottitoi” naturali presenti nella località, si è giunti attraverso una meticolosa mappatura di cavità e grotte insistenti tra il Comune di Vallecorsa e quello di Lenola mediante l’acquisizione di informazioni e notizie acquisite grazie a conoscitori del posto, quali pastori, cacciatori, ricercatori di funghi e persone anziane raccogliendo da tutti, oltre la sterile informazione sull’ubicazione, anche racconti e leggende su queste “buche naturali” disseminate ai piedi e lungo le dorsali delle montagne.
Da mesi erano in atto le non facili ed agevoli attività di ispezioni delle “buche” individuate partendo da quelle più prossime al luogo dell’evento sino ad arrivare a quelle presenti nel limitrofo Comune di Lenola (LT), dove ne erano state identificate tre, in località Ambrifi, ritenute d’interesse anche per la vicinanza ad un terreno di proprietà dell’ex suocero del Cialei.
I resti umani sono stati trasportati presso l’obitorio dell’Ospedale civile di Frosinone per gli accertamenti medico legali e tecnici da parte del R.I.S. CC di Roma e del medico legale, intervenuti sul posto. Da una prima ispezione, si è avuto modo di constatare che il corpo della vittima era stato sezionato nelle sue parti anatomiche e che il busto con il capo, ancora attaccato, era contenuto in un sacco mentre nell’altro erano presenti i quattro arti smembrati.
Per la macabra vicenda, il 12 dicembre 2017, era stato già arrestato dai militari del Comando Provinciale Carabinieri di Frosinone, Cialei Michele, originario di Vallecorsa (FR) cl. 66, per “omicidio premeditato ed occultamento di cadavere”, in esecuzione ad un’Ordinanza di Custodia Cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Frosinone, Dott. Antonello Bracaglia Morante, su richiesta della locale Procura, P.M. Dott. Vittorio Misiti. Il provvedimento era scaturito da una complessa indagine avviata a seguito della denuncia di scomparsa di CAPIRCHIO Armando, classe 59, originario di Vallecorsa, presentata il 25 ottobre u.s. presso la locale Stazione Carabinieri dai propri congiunti che non ne avevano notizie dalla mattinata del precedente 23 ottobre, quando l’uomo era uscito di casa per recarsi in località Pietralunga ove aveva del bestiame allo stato brado. Le immediate attività di ricerca, avviate nell’ambito di specifico piano provinciale e condotte dai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco nonché da volontari locali, si orientavano sin da subito nella zona montuosa ove l’uomo era solito parcheggiare la sua autovettura prima di recarsi nell’area di pascolo del suo bestiame. Le ricerche, nei giorni successivi, venivano estese in tutta l’area montana solitamente frequentata dall’allevatore e consentivano di rinvenire nella stessa località, lungo un sentiero e su alcuni sassi, tracce ematiche che aprivano un nuovo scenario sulle probabili sorti del Capirchio facendo così decadere l’iniziale ipotesi del “malore”, accreditando invece la tesi di un’azione violenta subita dallo stesso, che ha avuto come epilogo la sua morte.
Proprio da tali luoghi, i militari operanti avviavano contestualmente sia i rituali rilievi tecnici e di repertamento che:
attività di ricerche condotte anche con l’ausilio dei c.d. cani molecolari nonché l’impiego di personale dello Squadrone “Cacciatori Calabria” dell’Arma, specializzati proprio per perlustrazioni in zone particolarmente impervie; assunzione di informazioni con sottoposizione a sommarie informazioni testimoniali di tutte le persone conoscenti o occasionalmente entrate in contatto con la presunta vittima.
Nonostante l’immediata attivazione di tali iniziative, le indagini a causa del luogo dell’evento (ambiente montano isolato e impervio), si rivelavano particolarmente difficoltose e complesse. Le attività, venivano quindi orientate verso una potenziale aggressione subita dal Capirchio, che rendevano necessario oltre alle attività tradizionali e tecnico-scientifiche, la ricerca di ogni utile elemento informativo. Proprio in quest’ambito, i militari operanti riuscivano ad acquisire alcune testimonianze le quali, benché non direttamente riferibili alla ipotizzata aggressione, permettevano di ricostruire le frequentazioni della vittima e far registrare la presenza sul posto di altre persone e autovetture, la cui individuazione, contribuiva fortemente a fissare l’arco temporale dell’aggressione.
Veniva pertanto sottoposta ad approfondimenti investigativi, la figura dell’arrestato, atteso che veniva accertata l’esistenza di una situazione conflittuale con lo scomparso, legata a motivi di pascolo e che nel recente passato, era sfociata in uno scontro fisico tra i due (in cui aveva riportato lesioni al capo). Emergeva altresì che l’arrestato serbasse forte rancore nei confronti della vittima ritenendolo responsabile della morte di tre suoi bovini. Più volte escusso in qualità di persona informata sui fatti, il Cialei Michele negava ogni contatto con la presunta vittima, nonostante una serie di informazioni, nel frattempo acquisite, che confermavano in maniera certa la sua presenza nel luogo della scomparsa proprio nell’arco temporale ipotizzato per il compimento del tragico evento.
Veniva altresì accertato che lo stesso si era recato sui monti armato di fucile da caccia e, successivamente, tornato presso la propria abitazione usciva nuovamente con un sacco e probabilmente dei guanti. A supporto della tesi investigativa, intervenivano gli esiti degli accertamenti biologici eseguiti dal R.I.S. di Roma che mediante specifiche analisi genetiche e biologiche, eseguite sulle numerose tracce di sangue rinvenute (lungo il predetto sentiero montano, sulle pietre e su un paio di guanti trovati nella stessa area durante i numerosi sopralluoghi) le attribuivano allo scomparso CAPIRCHIO Armando e allo stesso Cialei. Ad ulteriore sostegno dell’ipotesi investigativa intervenivano anche le analisi eseguite sulle tracce di sangue rinvenute all’interno del portabagagli dell’autovettura in uso al CIalei, che anche in questo caso riconducono al CAPIRCHIO. Dunque, tutti gli elementi investigativi raccolti convergevano in un’unica direzione che portavano a ritenere che Armando Capirchio fosse rimasto vittima di un’azione omicidiaria, ragionevolmente compiuta a colpi di arma da fuoco e che il suo corpo fosse stato occultato in ignota località.
L’odierno ritrovamento, oltre a rappresentare un importante e fondamentale tassello per ancora meglio definire la posizione delle persone indagate nella vicenda, consentono, finalmente, alla famiglia di poter assicura un degna sepoltura al proprio caro.

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